Tra gli incunaboli rari e di pregio, il De bellis civilibus di Appiano Alessandrino non spicca certo per un aspetto particolarmente interessante. Privo di un frontespizio memorabile, stampato in righe molto fitte in ogni carta, senza figure né capolettera decorati (sebbene fossero stati previsti dallo stampatore gli spazi appositi), colpisce la legatura in piena pelle di un bel color cioccolato, con impressioni a secco di motivi geometrici sui piatti. Ovviamente la sua importanza va al di là dell’estetica: il volume fu stampato a Venezia nel 1500 da Cristoforo Pensi (tra i primi e più importanti tipografi lombardi che si trasferirono nella laguna veneta) e risulta posseduto da sole altre undici biblioteche italiane
Il nostro esemplare, mutilo di qualche carta, acquistato con fondi propri nel 1920, fu restaurato nel 1998 e contiene qualche sorpresa: si ritiene, infatti, che la nota manoscritta relativa all’edizione (carta a1r) risalga ad inizio Novecento e che sia stata vergata da Alessandro Roccavilla, storico bibliotecario e direttore della Biblioteca del Liceo, divenuta poi Civica. Tra le altre annotazioni, sempre nella stessa pagina, in alto, si scorge la scritta «Legere et non intelligere», probabilmente un motto dai Disticha Catonis, «legere et non intelligere est negligere», ovvero «leggere e non capire è come non leggere». Un invito a comprendere e a meditare quello che si sta leggendo, in questo caso le Guerre Civili, estratto di cinque libri dei 24 originali componenti la Storia Romana, opera storiografica scritta in greco da Appiano di Alessandria e completata attorno al 160 d.C. Lo storico greco fu riscoperto in Occidente durante l’Umanesimo grazie alla traduzione di Pier Candido Decembrio (1399-1477), che lo volse in latino nel 1472 per i tipi di Vindelino da Spira (tipografo tedesco che, assieme al fratello Giovanni, impiantò il primo torchio tipografico a Venezia dopo aver appreso l’arte della stampa a Magonza).
La stessa traduzione è stata utilizzata dal tipografo Pensi, che per l’occasione usò anche la prefazione di Pier Candido uscita per l’edizione della Storia Romana del 1477 di Maler, Ratdolt e Löslein. Il dedicatario dell’opera, il re Alfonso d’Aragona detto il Magnanimo, apre le porte alla biografia di Pier Candido Decembrio, colto umanista e funzionario presso la corte viscontea a Milano. Segretario personale di Filippo Maria Visconti, compì numerose missioni diplomatiche per tutto il suolo italiano, allora disgregato in tante potenze e staterelli; caduto in disgrazia quando gli Sforza salirono al potere, il Decembrio si rifugiò prima a Roma e poi a Napoli, dove ebbe modo di lavorare per l’allora re Alfonso. Una sottile linea collega le Guerre Civili all’Italia in cui si muoveva il traduttore di Appiano: lo storico alessandrino, impregnato di propaganda dell’età imperiale, vedeva nella monarchia il regime ideale per uno stato territoriale immenso quale era Roma all’epoca: e alla figura classica del princeps guardavano i vari signorotti che si susseguivano, uno dopo l’altro, nell’Italia rinascimentale.
Irene Fulcheri