I primi libri stampati con la tecnica dei caratteri mobili, introdotta da Gutenberg, prendono il nome di incunaboli. La Biblioteca Civica di Biella ne conserva 14, alcuni di particolare rarità. È il caso delle Odi di Orazio, stampate nel 1498 a Parigi da Antoine Denidel: l’unica copia nota in Italia è posseduta dalla nostra biblioteca e solamente altre sette sono censite al mondo (conservate a Bruxelles, Parigi, Londra, Lisbona, New York, Filadelfia, Berkeley).
Sul frontespizio, recente “invenzione” introdotta nel 1476, compare il nome del libraio-editore, Durand Gerlier, accompagnato dalla sua marca tipografica, simbolo che identifica i prodotti di uno stampatore. La sua raffigura uno scudo con le iniziali intrecciate sorretto da due montoni, in alto una striglia, una falce e un agnello.
Al termine del testo è indicato il nome del tipografo, cioè colui che materialmente si è occupato della stampa. Si tratta di Antoine Denidel, attivo a Parigi tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo.
La legatura del volume è in mezza pergamena e pelle. La pergamena, che copre il dorso e gli angoli dei piatti, è di riutilizzo, ciò significa che era precedentemente usata in un altro contesto, forse un libro manoscritto - si notano ancora parole in inchiostro nero e lettere miniate in rosso.
Frequentemente negli incunaboli veniva lasciato spazio per la miniatura delle lettere iniziali dei paragrafi, secondo il gusto degli acquirenti, ma nell’esemplare della Civica non è stata eseguita.
Sfogliando il volume troviamo molte note di mani ed epoche diverse. I possessori si sono cimentati nella scrittura, trascrivendo più volte le note contenute nel volume, riunendole nelle pagine bianche finali. Sono riconoscibili alcune citazioni tratte non dalle opere di Orazio, bensì delle favole di Fedro. In un solo caso la nota è accompagnata dalla data: “Tempora pretereunt more labentis aque. 1559 alli 10 di magio” (al recto della carta 40), ma non è firmata. Altri possessori si sottoscrivono sul verso dell’ultima carta e dunque sappiamo che il nostro incunabolo è passato anche nelle mani di Alexander Cortella, Stefanus Occlepus e Antonius Cortella. La loro identità al momento resta ignota, rimangono dunque aperte le ricerche per ricostruire la storia di questo incunabolo.
Il volume, di 102 carte stampate in carattere gotico, contiene le Odi, gli Epodi e i Carmina saeculare di Orazio, seguiti dall’analisi metrica dei componimenti a cura di Jean Chappuis (sec. XIV-XV), canonista e autore di testi giuridici e poetici.
Sul frontespizio, recente “invenzione” introdotta nel 1476, compare il nome del libraio-editore, Durand Gerlier, accompagnato dalla sua marca tipografica, simbolo che identifica i prodotti di uno stampatore. La sua raffigura uno scudo con le iniziali intrecciate sorretto da due montoni, in alto una striglia, una falce e un agnello.
Al termine del testo è indicato il nome del tipografo, cioè colui che materialmente si è occupato della stampa. Si tratta di Antoine Denidel, attivo a Parigi tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo.
La legatura del volume è in mezza pergamena e pelle. La pergamena, che copre il dorso e gli angoli dei piatti, è di riutilizzo, ciò significa che era precedentemente usata in un altro contesto, forse un libro manoscritto - si notano ancora parole in inchiostro nero e lettere miniate in rosso.
Frequentemente negli incunaboli veniva lasciato spazio per la miniatura delle lettere iniziali dei paragrafi, secondo il gusto degli acquirenti, ma nell’esemplare della Civica non è stata eseguita.
Quindi chi ha posseduto questo raro incunabolo prima dei cives biellesi? Difficile stabilirlo, nonostante sia ricco di note di possesso, a partire da quella di un certo Petrus Ludovicus sul frontespizio. La scritta è in parte coperta da una “P” miniata incollata a lato della marca tipografica. Nella pagina seguente il nostro sconosciuto fornisce qualche ulteriore informazione su di sé, “Petrus Ludouicus a Santo Martiro possideo hunc librum”, ma non sufficiente a capire chi fosse.
Sfogliando il volume troviamo molte note di mani ed epoche diverse. I possessori si sono cimentati nella scrittura, trascrivendo più volte le note contenute nel volume, riunendole nelle pagine bianche finali. Sono riconoscibili alcune citazioni tratte non dalle opere di Orazio, bensì delle favole di Fedro. In un solo caso la nota è accompagnata dalla data: “Tempora pretereunt more labentis aque. 1559 alli 10 di magio” (al recto della carta 40), ma non è firmata. Altri possessori si sottoscrivono sul verso dell’ultima carta e dunque sappiamo che il nostro incunabolo è passato anche nelle mani di Alexander Cortella, Stefanus Occlepus e Antonius Cortella. La loro identità al momento resta ignota, rimangono dunque aperte le ricerche per ricostruire la storia di questo incunabolo.
Giulia Magliola